Il momento del fare

venerdì 29 luglio 2016

"Ciascuno di noi è l'artefice del suo destino, spetta a noi crearci le cause della felicità. E' in gioco la nostra responsabilità e quella di nessun altro." Dalai Lama

Responsabilità.
Esistono più livelli di significato entro i limiti di senso che questo termine identifica? Quante letture possiamo darne? Io, per ora, prendo in considerazione due livelli di significato: uno relativo alla responsabilità in quanto decisione personale esistenziale, l'altro relativo alla responsabilità applicata a tutto il resto, ad esempio il concetto di responsabilità legale, quello di adultità responsabile, ecc... ma prendo in considerazione due livelli, sebbene poi quello che mi interessi sia solo il primo, unicamente per far risaltare il contrasto e chiarificare l'oggetto del mio interesse.
La sfida ora è tradurre le parole del Dalai Lama in parole mie, o meglio, applicare questo concetto su di me.
Ed ecco fatto.

Cassiera

mercoledì 8 giugno 2016

Eh sì, cassiera,
che stai alla cassa,
di turno,
ogni giorno.
Ma in te c'è qualcosa di diverso,
ragazza,
di diverso dalla cassiera come immagine.
Perché non è possibile che appena guardata
tu mi abbia colpito come da un nuovo significato,
come dall'inaspettato.
E qualcosa l'ho colto, so cosa è stato,
quel baleno di scioglimento
che si è perso tra le onde frenetiche degli orari del market e
delle scadenze sull'agenda,
è stato il sorriso che vestivi.
Nel passare i prodotti di mano in mano,
nell'osservare i tuoi paesaggi i tuoi volti,
nel salutarci ognuno diverso,
in fila come se il resto della vita fosse una fila,
non potevo capire per chi fosse quel sorriso.
Ma è stato anche per me,
mentre compravo dei prodotti del market e riscivolavo via naufrago,
senza rendermi conto di aver trovato un'isola.

Inaugurazioni

sabato 30 maggio 2015

Era da tre giorni che messaggiavo i miei amici. Inaugurazione pizzeria a Povegliano! Dalle 11:00 alle 13:30! Cibo gratis!!
Sì sì, ero lanciatissimo, lo sono stato questa mattina all'inaugurazione. Arrivo alle 11:40, D. era già sul posto: "Non c'è rimasto più niente!" mi dice, "Cosa? Impossibile!", lancio la mia bici al muro e scandaglio i quattro tavoli. Solo qualche ciotola di patatine ormai vuota e le ultime anonime, laboriose dita che frugano le noccioline rimaste.
Non può essere finita così.
Riempio un bicchiere di bianco frizzante e profumato quasi fino all'orlo e A., col bicchiere servito a metà, analizza la verità: "Te lo sei versato tu vero?".
Cammino verso l'entrata della pizzeria zigzagando tra bambini confusi e genitori in fibrillazione, oltre l'alto bancone lancio il mio sguardo e vedo... vedo. Un delizioso tortino di tramezzini all'insalata russa, distese di bocconcini al prosciuto e pancetta su vassoi dorati, bottiglie di prosecco accompagnate da jeans e giacche lustre, palline di pasta infarinate come culetti di bimbi borotalcati.
Esco.
La strategia è fondamentale in eventi nei quali la massa dimentica di avere un obiettivo e punta al sodo, subito.
Capisco subito chi attorno a me è un esperto: un signore, durante il momento di attesa, fa spazio sul tavolo creando un piano d'appoggio veloce per i camerieri con i loro vassoi, e da dietro i suoi baffi attende. Altri sono più discreti, escono studiando attentamente gli angoli di entrata negli spiragli lasciati dal pubblico e tac, già due pezzi in meno sul vassoio, così, senza che ne nessuno se ne sia accorto.
La mia tattica invece è molto più semplice: per un po' mettere da parte la dignità e piazzarsi davanti a uno dei tavoli, non il più vicino, non il più lontano, e non spostarsi. Mai. Qualsiasi cosa accada.
Questa fermezza d'intenti rende possibile l'osservazione di fenomeni ricorrenti: signore dagli appetiti voraci e dalla scaltrezza indicibile, anziani che ti chiedi perché abbiano il bastone, bambini che riempiono i bicchieri di pasticcini anche e soprattutto se non ce ne stanno più, atti discutibili da parte di adulti rispettabili: "T'onti sbrofà?" mi chiede il signore dell'inizio da sotto i suoi baffi umidi, dopo aver buttato il fondo del bicchiere sotto il tavolo e avermi schizzato lo stinco.
Le voci di quel luogo mi ronzano ancora in testa e tormentano il mio sonno. "Le persone sono come cavallette", "Prima o poi i narà ia un pochi", "Sono s'gionfo"; le cameriere avevano espressioni infernali nel sentirsi deflorare i vassoi solo dopo pochi passi fuori dell'uscio: come fossero piccoli passeri che non riescono a volare via dal nido.
Ma amici miei, queste sono le inaugurazioni qui da noi. La storia è questa. Esistono equazioni elementari che ognuno di noi conosce, tanto che incontrandosi per strada è facile intuire dove si stia andando; una di queste è: inaugurazione=cibo gratis. In matematica si chiama tautologia, non dico niente di nuovo. E' una peculiarità culturale trasversale alle generazioni, è una sfumatura del concetto di ignoranza 2.0 che così tanto oggi va di moda, ma che da sempre risulta essere la manifestazione più sincera dell'assenza di pensiero. Attraverso l'esosità di questi riti si assaggia, ogni tanto, un goccio di purezza.
Dedico queste parole alla voracità.

Quando che hai...

mercoledì 15 aprile 2015

Non so voi, raga, ma io non appena sento parlare di "sogni" in tv, in giro, nei giornali ecc... mi scazzo. Perché sono robe inflazionate, hanno carattere etereo, sono difficilmente inquadrabili, poco pratiche, difficili da concepire e molto soggettive.
Sono anche l'argomento di Feeding Memory di quest'anno. E già dalle prime interviste capisco una cosa, cioè che è molto più interessante ciò che è legato alla riflessione sui sogni da parte delle persone che li fanno, piuttosto che i sogni stessi.
Ieri abbiamo intervistato Luigi. Non ha portato racconti di sogni grandiosi, lui non si è mai sentito qualcuno che doveva realizzare qualcosa di grande, anzi, era sconvolgente la curiosità che sapeva esprimere raccontando di sé, dei suoi limiti; così leggeri erano i sorrisi che avevamo capendo che per lui non c'era senso nel mostrarsi diverso da com'è, sia quando con emozione rifletteva sulla domanda appena posta, sia quando esponeva le proprie idee e convinzioni.
Non so bene descriverlo, ma in un momento preciso ho percepito tutta la densità, la stratificazione e la posatezza della nostra cultura, che si traduce in modi e in parole; quel momento è stato quello nel quale Luigi ha iniziato una frase dicendo "Quando che hai...", un'espressione tipica delle nostre parti, tramandata senza volontà e che ho cucita dentro dalle voci dei miei nonni. E così, come còlto intento a guardare da altre parti, grazie a quelle semplici parole, ho sentito il tutto diventare ancora più intimo, più familiare.

L'importanza di essere un falegname

sabato 4 ottobre 2014

Lo ascoltavo parlare con quelle sue frasi non lineari, con quelle aperture sulle idee, sui disegni che aveva in testa ma non saprebbe riprodurre; chi avevo davanti, un uomo o uno spirito? Era quello che nel parlare spiccio definireste "una mente", ma forse solo dopo averlo conosciuto. E certe conoscenze si fanno solo in determinati casi, come quando non avresti mai detto né di averne il tempo né di averne voglia. Ma sono casi che ti costringono a mettere il mondo a parte di ciò che vi siete detti, perché sentite il bisogno di tagliare il ricordo delle sensazioni che quel dialogo ha suscitato in voi, come una gemma grezza ha bisogno di essere lavorata per splendere anche agli occhi di non si è sporcato per estrarla.
Si era stufato di andare a scuola, non è mai stata la sua, ha deciso di lavorare; è passione quando passi le tue giornate lavorando il legno e per diletto lavori il legno nel fine settimana. A lui piace usare le proprie mani per costruire, tutto di lui me lo dice, il suo passare entusiasta da un lavoro che ha fatto a un'altra idea, il modo di raccontare imprese passate sapendo che ogni cosa sotto quel tetto polveroso è dove deve essere, compreso il tempo.
Ma quello che più mi ha colpito, la cosa che mi ha infiammato, è stato farmi attraversare dai suoi ricordi. Ci tengo a precisare che non stiamo parlando di un anziano, non si tratta di un'intervista sulla memoria. Non è nemmeno il ricordo in sé che ha acceso il mio interesse: è stato quando mi ha spiegato che se un ragazzino si appassiona a qualcosa come i carrettini a sfere, li costruisce, vede i suoi amici fare altrettanto, si lancia in una competizione e si diverte, molto probabilmente poi andrà a pensare dei modi per migliorare, modificherà qualcosa nell'assetto, inventerà nuove caratteristiche. "Sì! Anche a me piace quello, è come se facessero... ricerca!" e anche lui sembrava aver trovato una forma diversa, ma chiara, di esprimere quello che aveva dentro "Bravo! Proprio quello!", mi ha risposto.
C'è qualcosa nel fare, in quel fare inteso come diretta applicazione di un pensiero, che sa restituire all'uomo significati tanto meno complessi quanto più vicini al senso di ciò che si fa. L'insegnamento non mi è mai sembrato tanto distante dall'argomento che avrei voluto apprendere.

Una panchina

mercoledì 27 agosto 2014

Dedico questo post alla Panchina, lo faccio riportando un editoriale scritto da Valentina, la direttrice del noto settimanale Topolino, sul numero uscito oggi, mercoledì 27 agosto 2014.
Perché? Perché è l'esempio di cosa vuol dire risignificare. Questo blog persegue uno scopo, che forse talvolta sembra fumoso, ossia quello di proporre nuovi significati alle parole, ai concetti o agli eventi - è la diretta emanazione dello spirito che sta dietro a un'idea come quella dell'Art Pollution Fest. In un vecchio post ne avevamo scritto, di questo nome e della scelta di inventare e preferire il significato diverso di inquinamento: preferiamo credere che non solo la merda, non solo il monossido né gli scarti abbiano una potenza oscura e silenziosa, determinante, che serpeggino sulle strade e nelle discariche nello stesso modo in cui fanno tra le nostre coscienze - se potessimo inquinarci di senso!
Ogni cosa appartenente alla nostra realtà, alla realtà ordinaria, tutti quegli argomenti che ci passano davanti agli occhi e non vengono registrati, che appartengono all'abitudine e alla scontatezza, sono gli argomenti di questo blog, sono ciò a cui affidiamo i nostri significati.

Cari amici di Topolino, eccomi qui, seduta idealmente su una panchina. Sono bella comoda e i pensieri viaggiano. Sarà perché sul cellulare ho ricevuto da poco una foto in tema da parte di Davide, il nostro caporedattore a fumetti, in diretta da un'isoletta greca... E poi il bel servizio di Elena a pag. 72 mi ha fatto pensare che tutti, nella vita, hanno avuto o avranno una panchina su cui sedersi per aspettare qualcuno o qualcosa. La panchina è un luogo importante e per me è stata per anni il punto di riferimento intorno a cui si costruivano e si incontravano compagnie di amici... Al mare, in montagna, in città. Durante le partite di pallavolo quando stavo "in panchina"... Certo, questo fondamentale pezzo di arredamento urbano può rimandare anche a pensieri malinconici: da piccina ascoltando "Poster" di Claudio Baglioni, che cominciava così: "Seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda del metrò...", mi prendeva un magone che non sapevo nemmeno spiegare. Ma in generale il ricordo delle mie panchine è di grande gioia. In particolare il ricordo più vivo è quello della piazzetta del paese dove ho vissuto la mia adolescenza. Senza fissare alcun appuntamento, sapevo che se mi fossi messa lì, prima o poi sarebbe sempre arrivato qualche amico. Il momento più bello era quello del ritorno dalle vacanze di fine agosto, quando è facile cadere vittime dell'incubo-solitudine: sapere che la panchina era là ad aspettarmi e che certamente, a sorpresa, proprio lì mi avrebbe raggiunto qualcuno, mi dava sicurezza. E scacciava lontano il pensiero di un'estate che stava finendo...

Aironi

venerdì 30 maggio 2014

Ieri ho visto un airone volare su Povegliano, mentre guidavo, per poco sono stato a guardarlo sopra di me, sopra tutto, appoggiare le ali sull'aria e annerirsi contro il tramonto. Ho continuato a guidare e l'ho dimenticato fino a oggi.
Oggi non è stato un giorno particolarmente diverso dagli altri, diciamo pure che è stato esattamente uguale proprio perché è successo qualcosa di nuovo. Ho visto altri aironi, ai margini; seduti o vaganti come uccelli feriti, inabili al volo; fatti della credenza di non sapersi librare in aria, hanno imparato dolorosamente a camminare veloci, muoversi innaturalmente su zampe incerte, usare i loro becchi per colpire e difendersi.
Degli aironi loro hanno i colori, tatuaggi neri come piume, e l'eleganza della solitudine; la compostezza nella meditazione e la capacità di non dar a vedere le incrinature; hanno le cicatrici e le mandibole sbeccate.
Qualcuno ha convinto i ragazzi che lassù non c'è niente di buono, che si rischia, che è pericoloso.
Eppure non basta che anche loro vedano un airone. Ora c'è bisogno che tutti quelli che sono stati a guardare finora, gridino loro in faccia cos'è una ala, cos'è un becco, cos'è un airone, cos'è il cielo... e vi si lancino.